Appunti di una iraniana emigrata in italia

Per incoraggiare narrazioni iraniane individuali oltre la voce dominante dei media.

Ciò che sta accadendo oggi in Iran è oltre ogni immaginazione. Sulla base di dati frammentari e estremamente difficili da ottenere, il numero delle persone uccise è stimato tra 12.000 e 20.000.

Non esistono dati affidabili sul numero delle persone arrestate. Nel novembre 2019, durante tre giorni di totale interruzione di Internet, il governo aveva dichiarato ufficialmente 200 morti. Dopo il ripristino parziale della rete, le stime indipendenti hanno parlato di oltre 1.500 vittime.

Oggi, durante l’attuale sollevazione, il governo afferma che i morti siano 2.000; tuttavia, alla luce dei precedenti, questa cifra deve essere considerata fortemente sottostimata. Questi crimini non si fermano alle uccisioni. In molti casi, i corpi delle persone uccise non vengono restituiti alle famiglie.

Secondo diverse testimonianze, per la consegna dei corpi il governo avrebbe richiesto alle famiglie di pagare il costo dei proiettili militari utilizzati per uccidere i loro cari.

Famiglie in lutto costrette a pagare l’arma che ha tolto la vita ai propri figli. La comunità internazionale e lə attivistə per i diritti umani devono alzare la voce contro questo massacro. Ciò che sta avvenendo è una strage, e il silenzio non è accettabile.

Internet è ancora bloccato — non solo Internet, ma quasi tutte le vie di comunicazione.

Migliaia di migranti iraniani all’estero trascorrono giorni senza alcuna notizia dei propri cari.

Le poche immagini che riescono a uscire dal Paese sono spesso video di corpi abbandonati.

In questo momento la cosa più urgente rimane l’attenzione sul numero dei morti, la sorte dei prigionieri politici e il ripristino della connessione internet, ma la politica è talmente complessa che non possiamo evitarla. Siamo costretti a parlarne, perché questo avrà un impatto diretto su ciò che verrà dopo.

Ciò che per me, e per molte persone che conosco, è profondamente preoccupante, è il modo in cui gran parte dei media — in particolare i media dominanti — stanno riducendo le rivendicazioni del popolo iraniano a un’unica corrente politica.

Questo è estremamente pericoloso, perché produce una perdita di motivazione e di partecipazione tra molte persone che hanno il desiderio e la forza di lottare per un cambiamento reale.

Molti dicono: abbiamo paura che la nostra voce non venga ascoltata; abbiamo paura che l’unica voce amplificata sia quella di chi chiede di nuovo un potere centralizzato o il ritorno della monarchia. Questa è una paura reale e concreta. E credo che la responsabilità di persone come me sia quella di informare, con tutti i mezzi limitati che abbiamo, sulla complessità politica dell’Iran. Perché questa complessità avrà un impatto diretto sull’Iran di domani.

Durante la rivolta di Jina, tre anni fa, nel movimento “Donna, Vita, Libertà”, molti attivisti per la libertà sono stati arrestati o giustiziati. Ancora oggi moltissime persone sono in carcere. Altri non sono più in Iran: o la loro voce non riesce a uscire dal Paese, oppure i media dominanti all’estero scelgono di non amplificarla.

I movimenti di liberazione sono sempre stati in posizione minoritaria.

La nostra paura oggi è che, come è successo con la Rivoluzione islamica, si torni a decidere al posto del popolo quale debba essere il futuro governo dell’Iran — quando invece dovrebbe essere il popolo stesso a decidere, dopo un vero dibattito libero e un referendum reale.

Noi non abbiamo media forti o ben finanziati. Non abbiamo budget. Molti attivisti sono in carcere o vivono ancora in Iran. Esistono numerose pagine informative che cercano di dare spazio alle diverse voci presenti nel movimento rivoluzionario, ma la loro capacità di diffusione è limitata e, a causa della mancanza di risorse, spesso comunicano solo in lingua persiana.

In questi mesi abbiamo visto più volte come le voci delle proteste siano state editate, manipolate o distorte. Slogan gridati nelle strade contro la dittatura e per la libertà sono stati cancellati e sostituiti da slogan come “Javid Shah” o richieste di ritorno della monarchia. Questa manipolazione delle parole delle persone in strada è estremamente inquietante.

In questi giorni seguo costantemente il flusso delle notizie e le proteste, sia in Iran che all’estero. In molti Paesi — tra cui Francia e Germania, in particolare a Berlino e Parigi — esistono movimenti spontanei e indipendenti formati da iraniani, attivisti di sinistra, LGBTQ+ e libertari, che continuano a portare avanti la voce di “Donna, Vita, Libertà”. Questi movimenti non invocano il nome dei Pahlavi, non chiedono la monarchia: chiedono libertà.

Eppure ricevono pochissima attenzione mediatica. Perché non hanno fondi. Perché non hanno il sostegno organizzato e finanziario di cui godono i monarchici. In molti casi, persino ottenere i permessi per manifestare è più difficile: vengono concessi orari e condizioni che rendono quasi impossibile una partecipazione ampia.

A Roma, lo spazio è stato in gran parte monopolizzato da ambienti pro monarchici, grazie a risorse economiche, reti di potere e visibilità mediatica.

L’aspetto ancora più inquietante è che in alcune di queste manifestazioni si vedono più bandiere israeliane che iraniane, mentre Reza Pahlavi ha apertamente stretto rapporti politici con il governo israeliano. Sono emerse numerose testimonianze di persone con voci diverse che sono state messe a tacere in queste proteste all’estero: o si allineavano alla folla dominante, oppure venivano escluse.

Siamo tuttə arrabbiatə. Siamo tuttə, fuori dall’Iran, in una condizione psicologica fragile e dolorosa. È comprensibile che alcune persone, in questo momento, non riescano a tollerare voci diverse. Ma è proprio per questo che dobbiamo essere estremamente vigili.

L’Iran è un Paese profondamente plurale: dal punto di vista politico, etnico, linguistico e culturale. La rivolta di “Donna, Vita, Libertà” ha mostrato quanto ampia e ricca sia la diversità delle visioni, delle richieste e dei desideri di libertà.

L’Iran non è composto solo da persiani: curdi, lori, turchi, arabi, persiani e anche migranti afghani che hanno cercato rifugio in Iran fanno parte di questa società. Tuttavia, nei media dominanti, viene quasi sempre rappresentata una sola voce centrale.

Non neghiamo la realtà: oggi il movimento monarchico ha dei sostenitori in Iran. C’è chi desidera sinceramente il ritorno della monarchia. C’è anche chi, stremato da anni di repressione, dice di essere costretto a scegliere tra “il male e il male minore”. Dal punto di vista sociologico, questa reazione è comprensibile.

Ma la preoccupazione principale è che esistono molte altre voci che rifiutano questa strada. Voci che dicono chiaramente: dopo tutti questi morti, se un domani arriverà, non vogliamo né il ritorno della monarchia né la riproduzione di un potere centralizzato.

Io non ho una voce potente. Ma credo che sia mio dovere, almeno, esprimere questa paura con onestà: abbiamo paura di un futuro in cui Reza Pahlavi salga al potere; paura di un entourage che negli ultimi anni ha dimostrato atteggiamenti repressivi, che insulta i movimenti di sinistra, attacca le minoranze etniche e riproduce una nuova forma di centralismo autoritario.

Di seguito, una lista di pagine su cui è possibile informarsi e che, pur avendo posizioni politiche diverse tra loro, permettono di ascoltare voci plurali e alternative.

Pagine in inglese / internazionali:

@feminists4jina

@roja.paris

@bolandg00

@harasswatch

@irans.feminist.liberation

@queeristani

@jina_collective

@from____iran

@united4iran_en

Pagine in persiano (i post possono essere tradotti):

@khiabantribune

@sarkhatism

@vahedsyndica

@kermanshahvoice

@bidarzani

@collectif98

@kashowra

@kolbarnews

@redcutcollective

@blackfishvoice1